Lunedì prossimo riprenderà l’esame del DdL Gelmini da parte della Camera dei Deputati. Contrariamente a quanto affermato dalla maggioranza di governo e da pochi accademici compiacenti, questo progetto di legge non ha nulla a che vedere con la riforma della quale l’università italiana ha urgente bisogno, ma rappresenta un’epocale operazione di smantellamento del nostro sistema universitario pubblico che, qualora portata a compimento, cancellerebbe per sempre il diritto allo studio, la libertà di ricerca e di insegnamento e la dignità del lavoro negli atenei italiani.
In più occasioni e senza mai ricevere ascolto, l’intero mondo universitario (studenti, ricercatori, precari, docenti...) ha sollevato critiche fondate su diversi aspetti del DdL, contestando la cancellazione del diritto allo studio, la precarizzazione della ricerca e della docenza, la spinta verso una maggiore gerarchizzazione del corpo docente, la soppressione della gestione democratica degli atenei in favore di un ulteriore trasferimento di poteri alle stesse lobby accademiche e agli stessi rettori responsabili delle cattive gestioni degli ultimi anni. Si tratta di provvedimenti che non hanno nulla a che vedere con la valorizzazione del merito e il contrasto dei malcostumi accademici, ma si pongono il solo scopo di trasferire risorse e studenti verso costosissimi atenei privati (non a caso gli unici ai quali il governo ha totalmente cancellato i tagli, ottenendo in cambio l’appoggio dell’UDC alla riforma) e togliere il governo delle università a coloro che vi lavorano per trasferirlo alle imprese e alla politica, come esplicitamente affermato dallo stesso direttore generale della LUISS.
La settimana prossima rappresenta il momento decisivo per chiunque creda nelle libertà di istruzione, ricerca ed insegnamento, nella dignità del lavoro, nel diritto al futuro delle generazioni più giovani... Il fallimento del tentativo di accelerazione portato avanti dal governo lo scorso ottobre dimostra come la (ex? ) maggioranza parlamentare sia particolarmente vulnerabile alle manifestazioni di dissenso provenienti dalla parte sana dell’università. Per queste ragioni, lanciamo un forte appello al mondo accademico chiedendo di avviare iniziative per tutto il corso della settimana prossima ed invitiamo il corpo docente a sostenere la nostra battaglia attraverso il ricorso alle forme di protesta già sperimentate durante la protesta contro i tagli della legge 133 (didattica alternativa, lezioni all’aperto, dibattito sulle conseguenze del DdL).
Domani sarà troppo tardi!
Coordinamento dei precari della ricerca e della docenza – Università
Coordinamento nazionale dei professori associati
Link – Coordinamento Universitario
Rete 29 Aprile
Unione degli Universitari
18 Novembre 2010
Approfondimenti
Domani sarà troppo tardi! appello ricercatori e studenti
- 19 Novembre 2010
Appello all'università: costruire l'alternativa
- 28 Ottobre 2010
Il ddl Gelmini rischia di essere l'ultimo capitolo della lunga serie di attacchi che l'università pubblica italiana ha subito negli ultimi anni. Dopo anni di interventi mirati all'indebolimento progressivo del sistema formativo e del suo ruolo nel tessuto democratico nazionale, il governo ha scatenato un'offensiva a tutto campo. La conferma dei tagli della 133/08, l'ingresso del 40% di privati nei consigli di amministrazione, la limitazione delle già insufficienti forme di rappresentanza democratica, l'introduzione del prestito d'onore con la trasformazione di diritti in debiti, la messa ad esaurimento dei ricercatori, l'ulteriore precarizzazione della ricerca, imposte d'autorità dal governo a tutti gli atenei, sancirebbero la fine dell'università pubblica italiana.
Non possiamo però permetterci di cadere nella trappola di chi vorrebbe farci scegliere tra privatizzazione e conservazione, tra la difesa dell'ordine baronale che da sempre contestiamo e l'imposizione di un dominio aziendale altrettanto iniquo. Abbiamo la responsabilità di contrapporre all'offensiva governativa un'opposizione che guardi avanti e che rilanci la sfida per il futuro. Se vogliamo davvero fermare la Gelmini dobbiamo rispondere colpo su colpo e spostare più in alto l'asticella della sfida: all'attacco alla rappresentanza rispondere con nuovi modelli di partecipazione democratica; al taglio del diritto allo studio opporre un nuovo welfare studentesco che sappia garantire a tutti l'accesso al sapere.
La mobilitazione del mondo della conoscenza, l'indisponibilità dei ricercatori, non solo hanno svelato quanto grave fosse la crisi dell'università pubblica, quanto corta fosse la coperta che voleva nascondere l'effetto dei tagli, ma soprattutto tale protesta ha aperto uno spazio di speranza, uno spazio di vittoria possibile. Lo slittamento del ddl 1905 (ora ddl 3687) a dopo la sessione bilancio ci impone un maggior impegno per aprire uno spazio pubblico di discussione sull'idea di università e ricerca.
Non si tratta di discutere dell'alternativa al solo ddl Gelmini, ma di come invertire la tendenza di un processo pluriennale di smantellamento e privatizzazione dell'università italiana.
Non possiamo pensare di impegnare le discussioni assembleari delle prossime settimane con la semplice, per quanto radicale critica al ddl. Non possiamo pensare di arrivare alla discussione parlamentare della riforma Gelmini senza una proposta alternativa complessiva. La sfida è che "dalla protesta alla proposta" non sia solo uno slogan, ma una pratica concreta.
Per questo proponiamo di dar vita in ogni ateneo, facoltà in mobilitazione, a dei laboratori per l'AltraRiforma, spazi aperti alla discussione di studenti, ricercatori, lavoratori, precari, in cui costruire proposte estremamente concrete, capaci di rendere reale l'alternativa. In tale percorso ciascuno metterà a disposizione di tutti le proprie idee, elaborazioni, e specificità, senza priorità e paletti che non siano la costruzione di un'università pubblica e di qualità.
Già l'assemblea nazionale del 17 settembre indetta dalla Rete 29 Aprile, l'assemblea nazionale dei precari della ricerca dell'8 ottobre e l'assemblea dei movimenti sociali uniti contro la crisi del 17 ottobre, hanno evidenziato l'esigenza di aprire un percorso di costruzione dell'alternativa.
C'è bisogno del contributo di tutti e di uno slancio di generosità di ciascuno, per difendere l'università pubblica e per cambiarla dal basso, da luogo dell'immobilismo e delle clientele a motore della trasformazione del paese, in grado di portare l'Italia alla costruzione di una società della conoscenza libera, democratica ed eguale, a partire dall'AltraRiforma.
Primi firmatari:
- LINK-Coordinamento Universitario
- ADI – Associazione Dottorandi e Dottori di ricerca Italiani
- CPU – Coordinamento Precari dell’Università
- FLC-CGIL
- Rete 29 Aprile
- ASU – Padova
- Ateneo Controverso - Cosenza
- Collettivo Duekappaotto – Campobasso
- Coordinamento Precari Ricerca Catania
- Coordinamento Studentesco LINK Tuscia
- Link Bari
- Link Fisciano
- Link Kollettivo Foggia
- Link Napoli
- Link Roma
- Link Siena
- Link Taranto
- Lista di Sinistra – Trieste
- Rete Ricerca Precaria - Bologna
- Sinistra Per - Pisa
- SI - Studenti indipendenti - Torino
- Studenti di Sinistra - Firenze
L'appello è aperto alle adesioni di tutti i soggetti universitari nazionali e locali, potete comunicarle a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. o a chiunque altro tra i primi firmatari.
Assemblea nazionale movimenti e lotte sociali - 17 ottobre - Uniti contro la Crisi
- 18 Ottobre 2010
Una partecipatissima assemblea svoltasi dopo il grande corteo della FIOM del 16 ottobre ha contribuito notevolmente a rilanciare le lotte sociali e studentesche, dal 30 ottobre promosso dai precari della scuola alla giornata internazionale di mobilitazione studentesca del 17 novembre, dal 4 dicembre per la moratoria sulla privatizzazione dell'acqua all'11 dicembre, con una grande mobilitazione contro le politiche economiche del governo, per un nuovo welfare, verso lo sciopero generale. Segue il documento dell'assemblea:
Oggi 17 ottobre, nella facoltà di Scienze politiche della sapienza si è svolta una grande assemblea, alla quale hanno preso parte da tutta Italia, moltissimi studenti medi e universitari e delle accademie in mobilitazione, ricercatori precari e strutturati, precari della scuola e degli enti di ricerca, centri sociali, movimenti in difesa dei beni comuni e per il diritto all'abitare. Sono intervenuti anche molti esponenti del sindacato tra cui, il segretario della Fiom - Cgil Maurizio Landini e il segrtario della Flc - Cgil Domenico Pantaleo.
Il punto di vista comune emerso dai soggetti che vi hanno partecipato è stato la registrazione del grande successo della manifestazione della Fiom e il fatto che dal 16 ottobre si è concretizzata in Italia la possibilità di riaprire una fase nuova di opposizione alla crisi. La determinazione dei metalmeccanici si è intrecciata con i movimenti e le istanze che hanno animato negli ultimi tempi i conflitti sociali nel nostro paese. Studenti, precari, movimenti sui beni comuni e in difesa del welfare, hanno composto un quadro eterogeneo ma comune che va rilanciato con strumenti nuovi e con l'avvio di un nuovo processo. In questo senso, l'appello Uniti contro la crisi, recepito da questa assemblea, è stato assunto come un punto di partenza e un'indicazione da portare avanti, nella convinzione che sono proprio gli effetti sociali della crisi e l'utilizzo politico che il governo e la confindustria ne stanno facendo, che pongono il problema della ricomposizione come condizione necessaria e non rimandabile.
La crisi globale causata dalle speculazioni finanziarie, infatti, che sempre più si sta qualificando come strutturale e non transitoria, sta colpendo diritti, salari, politiche sociali, e saccheggiando sistematicamente i beni comuni, dal lavoro al sapere, alle risorse ambientali. Questa crisi invece di determinare un radicale ripensamento del modello di sviluppo, ha piuttosto inasprito le condizioni che l'hanno causata. La risposta dei governi e delle élite economiche è stata una brusca accelerazione dei processi, già in atto da almeno trent'anni, legati alla globalizzazione neoliberista: privatizzazione dei servizi pubblici, attacco ai diritti dei lavoratori, aumento delle diseguaglianze. In Italia in particolare si è avuto un taglio indiscriminato delle risorse per scuola, università e sanità, perpetrati attraverso criteri autoritari e aziendali in tutti i settori, dai luoghi di lavoro a quelli della formazione. Questo attacco è giustificato con la retorica dell'austerità: in realtà le ingenti spese militari svelano come queste retoriche siano del tutto false e infondate.
La crisi non è solo economica, ma anche politica. L'attacco ai diritti dei lavoratori, in particolare al diritto di sciopero e alla contrattazione collettiva, così come la ridefinizione in senso autoritario della governance dentro gli atenei definiscono un quadro in cui Governo e Confindustria vorrebbero chiudere del tutto gli spazi di democrazia, bloccando qualsiasi forma di espressione del conflitto sociale. Il caso di Pomigliano, è indicativo di una nuova forma di comando che subordina l'intera vita quotidiana alle esigenze della produzione, alle quali è costretta a piegarsi sotto il ricatto. Non è un caso che quello del ricatto sia divenuto il pradigma su cui si è fondata negli ultimi anni la precarizzazione del lavoro che ha coinvolto in prima istanza le nuove forme di impiego ed oggi si estende a tutto il mercato del lavoro. Ripensare la democrazia, in questo contesto quindi, significa ripensare anzitutto la possibilità del dissenso, dell'estensione delle forme di lotta, immaginando al contempo delle forme di partecipazione e di costruzione comune di percorsi di alternativa, anche con pratiche di democrazia diretta nei luoghi del lavoro e della formazione.
La crisi, infine, produce come prima conseguenza fondamentale la divisione e la frammentazione dei soggetti sociali e produttivi. Individualismo, competizione, paura sono gli effetti piu' immediati che le strategie economiche e di governo producono. Ma già l'esperienza di questi due giorni ci segnala una grande opportunità per i movimenti, i sindacati e le associazioni: occorre ricomporre, laddove veniamo divisi, immaginare un percorso comune, laddove invece ci viene proposta la solitudine. Uniti contro la crisi significa immaginare tutto questo insieme di possibilità, inventando un meccanismo di connessione di lotte anche differenti tra loro. Questo processo di costruzione di relazioni tra soggettività sociali, ancor di più dopo la grande giornata di ieri, è oggi già in atto. Si tratta di implementarlo nella costruzione quotidiana e di ricercarne le potenzialità. Uniti contro la crisi è un esperimento di opposizione alla crisi e di determinazione di un nuovo futuro.
Tanti sono gli studenti medi e universitari che hanno animato l'assemblea. La legge 133/2008, il DDL Gelmini, ma anche la legge Aprea sulle scuole, definiscono il quadro complessivo di smantellamento dell'istruzione pubblica. Disinvestimento, privatizzazione e distruzione della qualità del sapere sono stati assunti strategicamente dal governo, che ha sugellato decenni di riforme su scuola e università. Povertà, disoccupazione e precarietà sono le condizioni cui un'intera generazione di soggetti produttivi viene sottoposta. Già a partire dall'Onda gli studenti hanno dato vita ad un processo di trasformazione dell'università, restituendo il sapere al suo uso comune ed immaginando l'apertura di una discussione pubblica che coinvolga tutti i soggetti in campo per la costruzione di un'alternativa. Ma le mobilitazioni di queste settimane, che hanno preso vita dalla dichiarazione dell'indisponibilità dei ricercatori a sottostare al ricatto del lavoro gratuito, hanno di nuovo visto coinvolti moltissimi studenti delle scuole e dell'università. E' un fatto che la votazione sul DDL Gelmini a partire da questa opposizione diffusa sia stato rimandata a una data futura. Ma fino a quel momento gli atenei e le scuole proseguiranno la mobilitazione per rispedire al mittente una riforma sgradita e per chiedere che l'istruzione venga finanziata seriamente.
Un'occasione in tal senso importante, è la data lanciata dai precari della scuola per il prossima 30 ottobre a napoli ma che gli studenti medi e universitari intendono moltiplicare sul territorio. Così come la mobilitazione europea ed internazionale del 17 Novembre (sui territori). Una data simbolica che deve essere riempita di contenuti e di pratiche, che reclamino libero accesso alla conoscenza, finanziamenti e qualità del sapere direttamente al livello internazionale. Intendiamo inoltre attraversare la manifestazione indetta dalla Cgil il 27 novembre a Roma.
La crisi che stiamo vivendo è anche ambientale ed energetica. Uscire dalla crisi significa immaginare un modello di sviluppo che sia sostenibile. Da questo punto di vista le strategie dei governi europei e non solo procedono cieche rispetto all'emergenza climatica ed ambientale, dimostrando una completa incapacita' di dare delle risposte adeguate, cosi' come ha dimostrato il vertice di Copenaghen. L'appuntamento di Cancun è in questo senso da riprendere e rilanciare.
La necessità di costruire battaglie generali passa anche dalla difesa dei beni comuni, per la sottrazione di ambiti centrali della società contemporanea al dominio del profitto, per la ricostruzione di spazi pubblici di esperienza collettiva. Così come decisive sono le lotte che si sono espresse in questi anni contro la costruzione di opere pubbliche imposte dall'alto e sgradite alle comunità che abitano i territori. Per questo il 4 Dicembre le studentesse e gli studenti, le lavoratrici ed i lavoratori, la cittadinanza, parteciperanno alle mobilitazioni regionali indetta dai movimenti per l’acqua per chiedere una moratoria per la gestione dei servizi idrici e fino all’esito del referendum del 2011.
Il problema della crisi - ancora - ci sembra che sollevi in modo inequivocabile una questione sociale, che è anche una questione generazionale: la precarietà è l'unica forma assunta dai rapporti di lavoro e la cifra di disciplinamento delle nostre vite quotidiane. L’alternativa allo sfruttamento e alla guerra tra poveri si costruisce nella lotta radicale contro la precarietà dei rapporti di lavoro e nella rivendicazione di un nuovo welfare. Autonomia e libertà sono temi centrali sui quali costruire una grande battaglia politica e vertenziale che si snodi sui territori locali attivando anche nuove forme di contrattazione sociale e collettva, costruendo reti che mettano in comunicazione soggetti associativi, sindacali e di movimento. Bisogna costruire una grande campagna che rivendichi un welfare universale capace di stabilire un fronte comune fra soggetti differenti. Welfare universale vuol dire anzitutto rivendicare un reddito di cittadinanza per i precari. La difesa del salario oggi si deve sempre più comporre con la capacità di garantire autonomia di scelta alle persone, la possibilità concreta di poter rifiutare il ricatto della precarietà. Su questa idea bisognerà mettere in campo campagne politiche, e culturali, a livello nazionale, così come a livello territoriale. Su questi punti dirimenti a ripensare una nuova fase politica e un nuovo lessico sarà necessario pensare ad un momento di approfondimento seminariale per fine novembre che coinvolga tutti i soggetti che hanno dato vita all'assembea di oggi.
Per questo riteniamo che sia molto importante che a partire da ieri si sia aperto in Italia il dibattito sullo sciopero generale. Crediamo che lo sciopero generale sia un passaggio decisivo nella direzione della ricomposizione e generalizzazione delle lotte. Crediamo allo stesso tempo che la tematica della generalizzazione vada riaperta proprio alla luce di quanto di straordinario sta accadendo in Francia in questi giorni. Non uno sciopero simbolico, ma uno sciopero ad oltranza, generale e generalizzato e in grado effettivamente di bloccare un intero paese coinvolgendo i sindacati e le nuove generazioni. Proprio nella direzione di costruire concretamente il percorso verso lo sciopero, l'assemblea di oggi lancia per l'11 dicembre una giornata nazionale di contestazione alle politiche economiche del governo per reclamare la convocazione dello sciopero generale e generalizzato.
Per concludere: a luglio 2011 saranno dieci anni dalle grandi giornate del G8 di Genova. Pensiamo che la rievocazione di Genova non sia semplicemente un fatto di memoria, ma sia soprattutto una tensione che dobbiamo recuperare. Una capacità di discorso e di costruzione collettiva di un'altra idea di società. Per questo invitiamo tutti ad aprire un ragionamento in vista del luglio 2011, a costruirlo nei territori e nei luoghi sociali, per provare a riportare nelle strade quello spirito, quella tensione, quella voglia di innovare.
Uniti contro la crisi per riprenderci il futuro
Roma 17 ottobre 2010
Ricerca precaria: documento finale dell'assemblea nazionale di Bologna
- 12 Ottobre 2010
Noi, lavoratori precari della ricerca e della didattica, vogliamo portare l'attenzione pubblica sulle difficili condizioni di lavoro nelle università italiane. Da anni svolgiamo attività di ricerca e di insegnamento sottopagate e senza diritti che contribuiscono in modo determinante al funzionamento degli atenei, eppure nelle proposte di legge, sulla stampa, nelle politiche d’ateneo, restiamo sempre dei fantasmi mai ufficialmente riconosciuti.
Diritto allo studio, diritto al lavoro, pari opportunità tra i sessi, libertà di insegnamento e di apprendimento: questa è l'università che vogliamo. Siamo convinti che l’università debba riformarsi democraticamente e dal basso, per offrire alla società italiana didattica di qualità, ricerca talentuosa ed un ruolo di costante e autonomo osservatorio critico. Vogliamo un’università che non crei fratture sociali o territoriali tra studenti e lavoratori, che non sfrutti il lavoro con contratti umilianti e privi di tutele, che non offra alle nuove generazioni come scelta unica il precariato a vita.
Le politiche del governo e la presunta “riforma” dell’università vanno in direzione opposta:
• intere generazioni di precari universitari vengono semplicemente cancellate dalla prevista abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato e la sua sostituzione con contratti a tempo privi di garanzie, ben lontani dalla propagandata “tenure track”;
• decine di migliaia di noi sono a rischio di non poter proseguire i propri rapporti di lavoro a causa degli inaccettabili limiti temporali e anagrafici per assegnisti e ricercatori TD e dei tagli (1 miliardo e 350 milioni di euro) che stanno devastando l’università italiana; già nei mesi passati svariate migliaia di collaboratori, co.co.co e docenti a contratto sono stati epurati per mancanza di fondi e lasciati privi di ammortizzatori sociali;
• attraverso l’istituzione del rettore-padrone e l’introduzione dei privati nei CdA vengono indebolite le strutture democratiche d’ateneo;
• si concede al Ministero dell’Economia una delega in bianco per la valutazione e il finanziamento degli atenei;
• si trasforma il diritto allo studio in indebitamento preventivo degli studenti, aggravando le disuguaglianze sociali e territoriali. Non è un caso che il DdL Gelmini sia sostenuto dalla CRUI, associazione privata che riunisce le componenti accademiche maggiormente responsabili delle tante distorsioni dell'università attuale.
Noi chiediamo una vera riforma dell'università che comprenda inscindibilmente i seguenti 5 punti, già articolati nel documento introduttivo dell’assemblea:
• un contratto unico pre-ruolo di ricerca e didattica, di durata almeno biennale e senza limiti di rinnovo, in sostituzione dell’attuale giungla di contratti precari
• l'introduzione di un ruolo unico della docenza articolato in 3 livelli
• il rilancio del reclutamento, attraverso concorsi, per nuove posizioni di ricerca e docenza a tempo indeterminato
• l'adeguamento dell'età pensionabile dei docenti universitari allo standard europeo di 65 anni anche al fine di recuperare risorse esclusivamente per il reclutamento
• l’introduzione di un sistema di welfare e tutele sociali per tutti i precari
Il DdL Gelmini si inserisce in un disegno di restaurazione della nostra società, basato sullo sfruttamento del lavoro precario e non tutelato, sul quale vengono scaricati i costi delle crisi. Per questo ci sentiamo accomunati ai lavoratori precari "scaduti", ai precari della scuola e ai precari del pubblico impiego che nel 2011 subiranno i tagli imposti dall'ultima manovra economica, così come ai lavoratori in cassa integrazione e mobilità, e a tutti i lavoratori a rischio di licenziamento. Allo stesso modo ci sentiamo vicini al movimento studentesco, che proprio in questa giornata sta manifestando massicciamente in oltre 80 città italiane.
PER DOTARCI DI UNA NOSTRA SOGGETTIVITÀ, PER SOSTENERE CON MAGGIORE FORZA LE NOSTRE RICHIESTE, PER COORDINARE LE NOSTRE INIZIATIVE NAZIONALI E LOCALI, ABBIAMO DECISO DI DARE VITA AD UNA STRUTTURA DI COORDINAMENTO, SOTTO LA SIGLA COORDINAMENTO DEI
PRECARI DELLA RICERCA E DELLA DOCENZA – UNIVERSITA’, C.P.U. Come prime decisioni del nostro coordinamento, aderiamo:
- al presidio di protesta contro il DdL Gelmini indetto per il 14 ottobre a Montecitorio, invitando coloro che non potranno essere presenti a Roma ad organizzare sit-in presso i rettorati, da realizzare in accordo con tutte le componenti universitarie a partire dagli studenti;
- al corteo della FIOM del 16 ottobre, dove saremo presenti insieme a studenti e lavoratori dell'università e della scuola con uno spezzone di precari della ricerca e della didattica;
- all'assemblea indetta dalle realtà studentesche romane per il 17 ottobre. chiediamo con urgenza:
- l'abolizione dei limiti temporali e anagrafici di accesso e di rinnovo per i contratti precari universitari;
- lo sblocco del turnover e il recupero delle posizioni già perse a causa del blocco;
- la cancellazione delle tasse per i dottorandi senza borsa e lo stanziamento di maggiori risorse per le borse di dottorato;
- che le università smettano di versare le quote associative alla CRUI, corrispondenti ad oltre 1,5 milioni di €uro annui provenienti dai propri bilanci, in quanto la ”associazione CRUI” ha cessato definitivamente di rappresentare gli interessi dell'università pubblica; le somme recuperate dovrebbero essere utilizzate per il rifinanziamento dei servizi d’ateneo tagliati a causa delle difficoltà economiche degli ultimi;
- a tutti gli organi di governo degli atenei di pronunciarsi contro il DdL Gelmini e contro il sostegno della CRUI a questo provvedimento;
- a tutti i rettori e presidi di non bandire contratti esterni per sostituire i ricercatori strutturati indisponibili.
ci proponiamo:
- di rifiutare e condannare ogni forma di lavoro gratuito o a retribuzione simbolica e di sensibilizzare i colleghi precari verso questa importante posizione di principio ed efficace forma di protesta;
- di costruire iniziative locali contro il DdL Gelmini, per rivendicare il nostro diritto ad essere rappresentati negli atenei e per sostenere piattaforme rivendicative mirate a migliorare la nostra condizione di lavoro e di vita;
- di coordinarci con i precari della scuola per proporre e realizzare insieme una giornata di mobilitazione nazionale contro i tagli all'istruzione e contro il progetto governativo di smantellamento dell'istruzione pubblica
DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEI PRECARI DELLA RICERCA E DELLA DOCENZA DELLE UNIVERSITA’
Bologna, 8 ottobre 2010
L'università in crisi al tempo della crisi - analisi tecnica dei tagli
- 06 Ottobre 2010
Negli anni della più grave recessione economica della storia occidentale, anche l'università è in crisi; i due eventi sono, però, del tutto scollegati: i tagli che mettono in ginocchio il sistema universitario sono una scelta politica, spesso bipartisan, che ha inizio negli anni '90. Viviamo in uno dei Paesi europei che investono meno in istruzione, formazione e ricerca (1).
La nostra è, però, una nazione con un sistema industriale in crisi, dove le grandi e piccole aziende non investono nella ricerca privata, laddove quella pubblica è sempre più incapace di sostenersi. In questo scenario l'Italia è destinata al declino.
Gli ultimi trent'anni sono stati caratterizzati da sprechi nel settore dell'università: la proliferazione di corsi di studio (2), facoltà, sedi distaccate e nuovi atenei, spesso sulla base di interessi clientelari dei politici locali è stata possibile a causa della mancanza di trasparenza e controllo, grazie alla quale i baroni hanno potuto fare ciò che volevano.
Invece di intervenire introducendo norme che impongano trasparenza e ostacolino l'azione baronale, il Governo sta da un lato tagliando le risorse come mai nella storia (3) e, dall'altro, riducendo l'essenza democratica e la partecipazione interna agli atenei, affidando la totalità dei poteri a rettori e privati. L'intento politico è quello di soffocare le università pubbliche per metterle in ginocchio e imporre una sostanziale privatizzazione, con tasse alte, soggetti privati nei CdA, ricerca impoverita e didattica qualificata. In conclusione stanno procedendo con l'abolizione dell'università pubblica.
I TAGLI della l.133/08 e il "contentino" di 400 mln
La difficilissima situazione economico-finanziaria delle Università italiane, a seguito dei tagli operai dalla L. 133/08 (che ci ha visto scendere nelle piazze italiane, occupare Atenei sotto il nome “Onda”) e confermati dalla Manovra economica (DL 78 del 31 maggio scorso), l'attacco senza precedenti al settore del pubblico impiego con i provvedimenti del Ministro Brunetta, il congelamento di scatti stipendiali per docenti e tecnici-amministrativi e il ddl Gelminl, non danno prospettive per il futuro della nostra Università pubblica.
Madre della politica dei tagli, o della retorica “lotta agli sprechi” in salsa tremontiana, è la Legge 133/08 che prevedeva tagli per quasi 1. 5 mld di euro all'FFO (4), da realizzarsi in 5 anni (2009-2013). I tagli già operati per gli anni 2009 e 2010 hanno adempiuto in maniera determinante al compito “ideologico” del Governo, quello della riduzione del potere contrattuale dei rettori italiani, spaccando la CRUI (5) e mettendo le Università in competizione fra loro nel difficile tentativo di strappare il “taglio minore”. L'antica politica del “dividi et impera”.
A poco è servito l'intervento – salutato positivamente dalla CRUI – di 400 milioni di euro attribuite alle Università statali a parziale reintegro, per il solo 2010, del taglio di 678 milioni previsto dalla manovra dell'anno scorso e non prevede alcuna integrazione per gli atenei non statali. Uno stanziamento ben al di sotto delle reali esigenze delle Università chiamate a fare i conti con bilanci in rosso.
A fronte di una situazione di probabile collasso finanziario (6), la Manovra economica (DL 78) non prevede alcun intervento a sostegno delle Università pubbliche, sebbene nella prima versione del testo fosse previsto un recupero parziale dei tagli pari a 700 milioni di euro.
Si realizza, quindi, un taglio generalizzato che abbatte sugli Atenei, costretti nel giro di poco tempo a dover evitare uno sbilanciamento strutturale dei bilanci, a fronte di spese fisse (vedi stipendi) difficilmente comprimibili nel breve periodo ed a sprechi – che seppur presenti e denunciati costantemente da LinK – non raggiungono l'entità dei tagli.
Di conseguenza, se quasi il 90% dell'FFO viene speso in stipendi, risulta facile immaginare che:
• il taglio ad opera del Governo porta ad un aumento fisiologico della quota del 90%, che individua la virtuosità degli atenei
• per giungere ad un sempre più lontano pareggio si rende necessario comprimere le spese fisse (servizi a studenti) e incrementare le entrate correnti (tasse e contribuzione)
Tutti contro tutti... e la chiamavano meritocrazia
Dopo le proteste dell'Onda nell'autunno 2008, il Governo aveva scelto la strada del “contentino mediatico” intervenendo con il DL 180/08, poi legge 1/09, a modifica del turn-over (di cui parleremo), di un investimento una-tantum sul diritto allo studio (a copertura totale delle borse di studio) e garantendo una ripartizione su base “meritocratica” di una quota fissa del'FFO, che ricordiamo esser stato tagliato dalla l. 133/08.
A decorrere dall'anno 2009, al fine di promuovere e sostenere l'incremento qualitativo delle attività delle università statali e di migliorare l'efficacia e l'efficienza nell'utilizzo delle risorse, una quota non inferiore al 7 per cento del fondo di finanziamento ordinario [..] con progressivi incrementi negli anni successivi.
Mentre ancora si aspettano le modalità di distribuzione della quota per il 2010 (siamo a luglio) sulla base di criteri definiti ex post e non in grado di definire livelli “qualitativi” da raggiungere, per il 2009 la distribuzione di tali risorse è avvenuta non tenendo conto delle differenze strutturali fra Nord e Sud e fra Atenei multidisciplinari e Politecnici e utilizzando dati molto spesso superati.
E' bene precisare che la “valutazione”, di cui tanto si parla, non può essere osannata costantemente. I criteri devono essere innanzitutto condivisi ed ex ante, così da permettere un adeguamento delle politiche dei singoli Atenei ed una valutazione sulla base del percorso intrapreso.
Nel 2009, sulla base dei parametri e delle classifiche definite dal Ministero, si è avviata una concorrenza sfrenata volta all'accaparramento delle risorse (una guerra fra poveri, considerato che la redistribuzione avviene sulla base di un FFO consistentemente decurtato) fra “atenei virtuosi” e “atenei non virtuosi”.
Fra i 27 Atenei “non virtuosi” figurano solo 3 Atenei del Nord, 5 del Centro e ben 19 del Sud: ad essere penalizzato è, ancora una volta, il Meridione.
Ci interroghiamo su dove siano la qualità e la meritocrazia se, al di là delle parole e della retorica, i criteri sono:
• numero di crediti acquisiti nel corso del primo anno (40 cfu). Le Università finirebbero, al fine di accaparrarsi più risorse, per incoraggiare le “promozioni facili”. A dispetto della fantomatica meritocrazia tanto sbandierata dal Ministro.
• il tasso di occupabilità dei laureati a 3 anni dalla Laurea. I dati utilizzati sono aggiornati al 2004 e non tengono conto dell’endemica condizione socio-economica del territorio. Va da sé che le Università del Mezzogiorno, in un contesto di mancanza di posti di lavoro, verranno penalizzate. Anziché puntare sulla qualità e sulla formazione nelle zone più disagiate del nostro paese, si continua a tagliare.
• la valutazione della qualità della ricerca. Non si tiene per nulla conto, tuttavia, di quei progetti finanziati a livello regionale ed europeo (da un lato il Sud riceve fondi per la ricerca nelle aree sottosviluppate e dall'altro lo Stato, paradossalmente, taglia risorse). In questo caso, i dati utilizzati presi in esame sono addirittura quelli del 2001-2003.
La manovra economica 2010
Si è dibattuto molto nelle ultime settimane sullo status giuridico ed economico dei ricercatori, già oggetto dei pesanti provvedimenti previsti dal Disegno di Legge Gelmini. Tuttavia, la manovra economica del Governo, che ricordiamo non prevedere prospettive per il futuro del nostro paese e che penalizza solo le fasce più deboli della popolazione, si abbatte come una spada di damocle sul mondo universitario. Se da un lato, infatti, si confermano i tagli operati dalla L. 133/08, dall'altro si interviene peggiorando la condizione economica del personale che lavora all'interno dell'Università (significativamente per i giovani ricercatori, i precari e per i tecnici amministrativi). Per tutto il personale, contrattualizzato e non, è previsto il congelamento dello stipendio a quanto ordinariamente percepito nel corso del 2010 ed il blocco della contrattazione collettiva (e di conseguenza dell'adeguamento economico dei contratti) per i prossimi 3 anni. I giovani ricercatosi – che hanno uno stipendio di base ad inizio carriera di circa 1.200 – sono di conseguenza estremamente penalizzati sulla carriera futura.
Il Tetto del 90%
Fra gli interventi “riparatori” operati dalla l. 1/2009, si prevede il blocco delle assunzioni per le università che superino il tetto del 90% di FFO per le spese relative al personale: non vengono colpiti gli atenei con i conti in rosso ma – in linea generale – tutti quelli che spendono troppo per i dipendenti. Per far fronte alle oggettive esigenze di personale tecnico-amministrativo, che in quasi tutti gli Atenei italiani risulta essere in sotto-organico, si ricorre continuamente all’escamotage dei co.co.co, precarizzando sempre più il pubblico impiego. Tuttavia, se sino allo scorso anno era possibile “assumere” precari senza alcun vincolo di spesa (se non legati alla programmazione annuale del fabbisogno annuale di personale di ogni singolo ateneo), con la Manovra economica si interviene ponendo dei vincoli economici: si potrà assumere per una quota pari al 50% di quanto speso nel 2009. (7)
Per gli Atenei che non sforano il 90% del FFO, le assunzioni dovranno rispettare il 50% del turn-over. Diventa, tuttavia, necessario ribadire come tali vincoli comporteranno una forte riduzione dell'offerta formativa, non legata a criteri quantitativi ma alla sola anzianità della classe docente. Di conseguenza, in mancanza di nuove risorse per il reclutamento, più vecchi saranno i docenti di un corso di laurea, maggiori saranno le possibilità che quello stesso corso potrà subire delle modifiche o addirittura giungere alla chiusura per la mancanza di docenti in servizio.
La Manovra economica, inoltre, interviene anche per quanto concerne le famose “permanenze in servizio” dei docenti over- 70 anni. Se la legge 133/08 interveniva prevedendo criteri per la concessione dei due anni di permanenza in servizio(8), la Manovra economica riconduce tale permanenza ad una “nuova assunzione”. Di conseguenza, per gli Atenei sarà possibile concedere la permanenza in servizio solo se rispettosi del tetto del 90% e la remunerazione dovrà essere decurtata dalla quota destinata alle nuove assunzioni (quota che – in relazione alla politica del turn-over – è decurtata del 50%). Ogni trattenimento, quindi, bloccherà due nuovi accessi dall'esterno.
Il Fondo di Finanziamento Ordinario 2010, i tagli del 2011 Il fondo di finanziamento ordinario del 2010 è stato ripartito con la nota ministeriale del 13 Settembre 2010 e prevede stanziamenti per un totale di 7,1 miliardi di euro, 400 milioni di euro in meno dello scorso anno, in linea con i tagli della legge 133/08. Inoltre è stabilita una quota pari al 10% del FFO (720 milioni di euro) da destinare agli atenei in base al soddisfacimento di determinati requisiti di merito nella didattica e nella ricerca. Il forte aumento di stanziamenti di questo tipo a fronte di una diminuzione del fondo totale comporta l'aggravarsi della situazione degli atenei in crisi, i quali hanno una bassa qualità della didattica o della ricerca, provocando un peggioramento ulteriore della loro situazione. Questo provvedimento potrà inoltre acuire le diseguaglianze fra atenei del nord e del sud Italia e fra atenei “virtuosi” e non. Le previsioni riguardo all'importo totale destinato alle università nel 2011 permettono di osservare una
situazione fortemente critica:
– Diminuzione del FFO di 316 milioni dovuti ai tagli operati nel 2008.
– Fine dell'applicazione dei fondi di cui alle legge n. 247/07 (finanziamento riequilibrativo per le università firmata dai ministri Mussi e Padoa Schioppa) di 550 milioni all'anno dal 2008 al 2010.
– Ad oggi non sono previsti stanziamenti straordinari di bilancio come i 400 milioni del 2010, prelevati tramite scudo fiscale.
In base a questi calcoli, l'FFO previsto per il 2011 dovrebbe attestarsi intorno a 6,1 miliardi, con un maxitaglio di 1 miliardo di euro. Questo in un periodo nel quale molti atenei hanno già dovuto fronteggiare i tagli attraverso cospicui aumenti delle tasse o attraverso la compressione di spese specifiche come i servizi agli studenti. La situazione per il 2012 prevede un ulteriore taglio di 417 milioni al fondo di finanziamento ordinario. Risulta pertanto difficile immaginare un'uscita dalla crisi del sistema universitario italiano con queste prospettive di finanziamento. Dall'altra parte si può immaginare facilmente il progressivo peggioramento della condizione studentesca legata alla diminuzione dell'investimento in diritto allo studio e all'aumento della contribuzione. L'unica strada che sembra percorribile per le università statali è quella di una privatizzazione effettiva.
(1) le linee guida dell’Unione Europea, all’interno della Strategia di Lisbona 2010, prevedevano che la spesa totale in ricerca e sviluppo dovesse essere pari
al 3% del Pil di ciascun paese. L’Italia, invece, ha una spesa totale in ricerca e sviluppo (e servizi collegati) che non raggiunge l’1% del Pil. All’i nterno di
questa quota, circa lo 0,6% del Pil è speso nell’istruzione universitaria, lo 0,3% nella ricerca e sviluppo, lo 0,1% nei servizi agli studenti. (fonte OECD)
(2) Negli ultimi due anni eliminati 469 corsi di laurea, di cui 371 lauree triennali di primo livello e 97 lauree specialistiche.
(3) Legge 133/08; Manovra economica (DL. 78)
(4) COS'E' L'FFO ??? Il Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università (FFO) è un finanziamento statale che costituisce la principale fonte di entrata per
le Università italiane. E' in costante diminuzione da anni.
(5)La ripartizione del “minor taglio”, ovvero del 7% dell'FFO – così come previsto dalla l. 1/09, ex dl 180, ha scatenato una competizione fra gli Atenei per
la richiesta di risorse sulla base di discutibili criteri “meritocratici
(6)Mozione CRUI – 8 luglio. I rettori finalmente si svegliano?
(7) art. 9 comma 28 DL 78
(8) art. 72 legge 133 Alcuni Atenei (es. Bologna, La Sapienza) hanno preferito la quiescenza per tutti i docenti con tali limiti di età. Altri, come l'Università di
Bari hanno introdotto un regolamento per effettuare una selezione.



