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Rassegna stampa

Fionde contro carri armati - La disfida di Bologna

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Potrebbe sembrare una questione locale, invece sta decisamente debordando dai confini cittadini, per le implicazioni politiche che porta con sé. Il 26 maggio 2013 i bolognesi dovranno esprimersi sul seguente quesito:

Quale, fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole di infanzia paritaria a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
a) utilizzarle per le scuole comunali e statali
b) utilizzarle per le scuole paritarie private

Il diritto allo studio in Italia: gli ultimi dieci anni

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Di quali aiuti beneficiano gli studenti universitari in condizioni economiche disagiate? In altre parole, attraverso quali strumenti viene attuato il diritto allo studio universitario? Quanti sono gli studenti che ne beneficiano? E quante risorse sono investite in questa politica? Infine, quali cambiamenti sono intervenuti, anche sotto il profilo normativo, negli ultimi dieci anni? Sono queste le domande su cui si snoderà il presente articolo per capire a che punto siamo e dove stiamo andando in tema di sostegno agli studenti universitari in Italia.

Gli studenti universitari in condizioni economiche disagiate: gli aiuti ed i beneficiari

Il diritto allo studio universitario (DSU), in senso stretto, si intende il sostegno economico fornito agli studenti capaci e meritevoli privi di mezzi affinché possano raggiungere i più alti gradi di istruzione e quindi vi siano pari opportunità di accesso agli studi universitari a prescindere dalle condizioni economiche familiari; è un diritto sancito dalla Costituzione che individua nella borsa di studio lo strumento per renderlo effettivo. La borsa può essere corrisposta in parte in moneta e in parte sotto forma di servizi: abitativo (per i soli fuori sede) e ristorativo (anche per gli studenti in sede e pendolari)[1]

Inghilterra, la strana proposta di Willetts per gli studenti, maschi, bianchi

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Partiamo dalla frase clou. Qualche giorno fa il ministro dell’Istruzione inglese David Willetts se n’è uscito con una frase politicamente esplosiva. Ha detto che le università dovrebbero reclutare gli studenti maschi, bianchi e working-class, cioè provenienti dalle cosiddette famiglie meno abbienti, quali categoria svantaggiata, in quanto, recita l’Independent, le cifre mostrano “un crollo massiccio” nelle immatricolazioni universitarie da parte dei maschi bianchi. Dunque, continua l’articolo, il ministro dell’istruzione David Willetts vuole che i teenagers bianchi, maschi e working-class vengano considerati come una minoranza protetta, esattamente come gli studenti provenienti dalle minoranze etniche o dalle comunità svantaggiate, in una sorta di discriminazione positiva, o affirmative action.

Qual è il problema? Per dirla in breve, il crollo delle immatricolazioni, ovvero il modo in cui l’aumento delle tasse universitarie a 9 mila sterline annue introdotto da Lord Browne ha causato una contrazione delle immatricolazioni universitarie. Nonostante le cifre siano ancora incerte, in quanto molte delle domande di iscrizione arrivano a gennaio, i dati del Universities and Colleges Admissions Service (Ucas) evidenzano che il 2013 con tutta probabilità vedrà una ulteriore contrazione delle immatricolazioni, aggiungendo al 6,4% in meno di iscrizioni del 2012-2013 un ulteriore calo, stimato al 5,6% al 17 dicembre del 2012.

Facciamo un passo indietro. È quasi difficile ripensarci oggi, ma in Inghilterra fino a poco tempo fa l’università era gratuita. Per la precisione, l’Education Act del 1962 aveva deciso che lo Stato si sarebbe fatto carico tanto delle tasse universitarie quanto di un maintenance grant, una borsa supplementare per ogni studente. Il primo a trasformare tali borse in prestiti fu Kenneth Baker, Ministro dell’Istruzione dal maggio 1986 che introduce a Westminster l’Education Reform Act del 1988 elaborato con l’appoggio di Margaret Thatcher. Nel 1998 poi il Teaching and Higher Education Act introduce tasse annuali di mille sterline a studente, un costo che triplica nel 2003 e poi triplica ancora nel 2010 con la riforma Browne, portando le rette a 9 mila sterline. È qui che nasce l’Office for Fair Access (OFFA). L’Office for Fair Access è una agenzia indipendente creata con l’Higher Education Act del 2004 al fine di assicurare che l’aumento delle tasse universitarie non escluda dall’istruzione terziaria gruppi svantaggiati e/o sotto-rappresentati. Per questo oggi ogni università che desideri imporre tasse superiori alle 6 mila sterline deve firmare un cosiddetto access agreement, nel quale si impegna a utilizzare parte degli introiti provenienti dalle rette per dare sostegno economico alle fasce più deboli, notoriamente le giovani donne e le minoranze etniche.

È in questo contesto che le parole di Willetts destano preoccupazione. Lungi dal celebrare una rinnovata equità sociale, infatti, la volontà di Willetts di includere gli studenti maschi bianchi quali categoria svantaggiata è causa potenziale di nuovi conflitti, ha detto Les Ebdon, direttore dell’OFFA. “Non dovremmo aspettarci che le domande di immatricolazione delle studentesse della classe media vengano rifiutate a favore degli studenti maschi bianchi della working class”, ha dichiarato William Richardson. Chi glielo dice alle minoranze etniche e alle giovani donne che devono competere per il diritto a studiare con quei white working class boys da tempo descritti come preoccupati più per le tre F (fighting, football and f***ing) che per le tre R (reading, writing, arithmetic)?

Il tema è caldo. In Italia, la prima bozza della spending review del luglio 2012 faceva una cosa simile, ovvero prevedeva rette universitarie più alte per i fuoricorso, e di utilizzarne una parte per finanziare le borse di studio degli studenti in corso. Una sorta di welfare-fai-da-te, si potrebbe dire, aiutati che il ciel t’aiuta (lo Stato no). Notoriamente questa bozza è stata cambiata. Ma se vogliamo, un ragionamento affine è proposto da Ichino e Terlizzese, i quali si ispirano precisamente al sistema inglese di income contingent loans e alte tasse per risolvere quella “macroscopica e odiosa ingiustizia” per la quale i poveri pagherebbero l’università ai ricchi. Anche Pietro Ichino, in un’interrogazione parlamentare del 18 maggio 2011, aveva preso il caso inglese a modello proponendo di aumentare le rette a 10 mila euro anche in Italia. Bisogna consentire ai ricchi di pagare di più (e intanto aumentare le rette per tutti) per agevolare i meno abbienti, è la logica.

È una logica acrobatica, certo, ma supponiamo che fili. Il problema è che proprio in quel sistema inglese preso a modello per produrre equità sociale, proliferano invece nuove categorie di esclusi. Ne nascono a tal punto che ora gli stessi maschi bianchi autoctoni si trovano a competere con le giovani donne e le minoranze razziali per un posto all’università. Una nuova guerra tra poveri, insomma, anzi un modello di esclusione che estende la competizione agli stessi strumenti di discriminazione positiva pensati per tamponarlo. Un amaro risveglio, per gli estimatori della ‘facoltà di scelta’, non c’è che dire. Il caso inglese lo dice chiaro: rette più alte e prestiti d’onore trasformano l’istruzione in un privilegio per ricchi. Quante categorie di esclusione dobbiamo creare prima di ammetterlo?

di | 10 gennaio 2013 - Il Fatto Quotidiano

Lo dicono i fatti e pure l'Ocse: laurearsi in Italia non "conviene" più ma...

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Signori e signore, la cosiddetta “bolla formativa” italiana è esplosa. Anni e anni di riforme disastrose, fumo negli occhi, pie illusioni vendute come solite certezze, ruberie, baronie, cialtronerie, miopie e chi più ne ha più ne metta. In Italia (e non solo) sempre più persone sembrano aver capito che un titolo di studio preso “a caso” non solo non serve a nulla ma può addirittura essere controproducente.

Incredibile ma vero e a dirlo non è qualche fuori-corso pluribocciato perditempo un po’ rosicone ma l’OCSE con uno studio ad hoc del quale si è parlato poco e male (presi come siamo a contare i “pochi laureati” che abbiamo nella penisola). Ma cosa dice lo studio che si chiama Education at a glance? Prima di tutto che l’Italia è penultima per spesa destinata all’Istruzione pubblica (4,7% del Pil contro un 5,8 di media europea). Poi che anche le retribuzioni dei docenti sono tra le più basse in assoluto (siamo al 24° posto su 27 disponibili per gli insegnanti delle primarie e al 23° per quelli delle scuole medie e superiori). Bassissima anche la media dei laureati, come dicevamo: il 15% tra i 25 ed i 60 anni contro una media UE più che doppia, del 31%. Eppure, proprio tra i laureati che negli ultimi anni abbiamo fatto di tutto per sfornare in massa, la disoccupazione aumenta di un quasi 6% e di più rispetto a quella riscontrata tra i diplomati. Anche il rapporto tra la differenza di reddito tra “dottori” e non si è assottigliato fino a diventare risibile: i primi guadagnano in media appena il 9% in più rispetto a chi non ha proseguito gli studi accademici (il tutto senza considerare che andare all’Università fino ai 23-24 anni costa e non poco).

Come si legge anche sull’ottimo blog “furiadeicervelli.blogspot.com”, poi, L’OCSE stessa definisce la riforma Berlinguer-Zecchino del 2000 (quella del rovinoso 3+2) “Un'occasione mancata colpa anche della contrazione dei posti nella dirigenza delle pubbliche amministrazioni, che erano in passato lo sbocco privilegiato per i vostri laureati, e del boom di offerta di corsi i cui profili non trovano corrispondenza sul mercato”. E non è un caso se, stando a quanto riferisce Almalaurea, dal 2000 ogni anno le iscrizioni alle Università calano di oltre 40.000 unità. I giovani stanno cioè rinunciando in massa alla formazione accademica; sempre più confusi, disillusi e consapevoli dell’inadeguatezza generale del nostro un tempo granitico e valido sistema d’istruzione pubblica.

IL CROLLO DELLA QUALITA', ATTRAVERSO LE RIFORME

Volendo emulare i “vicini” europei e soprattutto i modelli anglosassoni imposti dalla globalizzazione, infatti, i vari ministri dell’Istruzione alternatisi negli ultimi anni hanno sfornato un pastrocchio insipido che ha comunque fallito nel rendere le Università un po’ più attente alla pratica. Al momento, in molti casi, si esce dagli atenei tendenzialmente più ignoranti dei colleghi neolaureati di 30 o 40 anni fa ma comunque non più capaci dal punto di vista professionale. Un vero peccato visto che, in passato, i laureati italiani potevano comunque vantare una cultura generale superiore rispetto ai colleghi tedeschi, spagnoli, francesi e via dicendo. Eppure, a quanto pare, la già incontestabile flessione qualitativa non basta. Spendevamo molto meno dei nostri amici europei ma abbiamo dovuto “per forza” pensare a 8,5 miliardi di euro tolti alla scuola e ad ulterio 1,4 miliardi eliminati dai fondi per l'Università. Il tutto mentre le tasse aumentano ma l’offerta formativa di tanti, troppi atenei resta incredibilmente vecchia e totalmente scollegata dalla realtà e dalle esigenze del mercato professionale contemporaneo. E mentre Confartigianato fa presente che che, nel 2011, 45 mila posti tra i mestieri artigiani "ad alta intensità manuale" sono rimasti scoperti per mancanza di candidati, si scopre anche che, sempre nel 2011, i profili più ricercati tra i "giovani" sono quelli dei cuochi, camerieri e di altre professioni dei servizi turistici (+23,4%).

IL PERICOLOSO MESSAGGIO DIFFUSO

A questo punto, il messaggio pericolosissimo che potrebbe passare è che studiare non serve più. Che leggere decine e decine di libri degni di tale nome sia inutile e addirittura controproducente. La verità, invece, è che oggi più che mai è vero l’esatto contrario e cioè che solo la conoscenza e la lettura appassionata di centinaia e centinaia di volume possono rendere liberi e più consapevoli delle strade da scegliere per costruirsi un esistenza dignitosa. L’errore madornale delle Università italiane è stato infatti quello di “semplificarsi” fino a svuotarsi, tramutandosi in enormi allevamenti che gestiscono eserciti di polletti in batteria erroneamente convinti che quella relativa facilità con la quale si ottiene una triennale significhi essere divenuti “colti” e preparati in qualcosa. Il conformismo imposto da un numero crescente di atenei, ha prodotto un’inflazione di titoli inutili in primis per le modalità con le quali sono stati elargiti. Non si formavano nuove coscienze eccellenti ma individui bravi prima di tutto a studiare poco ed in fretta, confrontandosi poco o nulla con altri colleghi e docenti e frequentando i corsi come si trattasse di una maratona nozionistica.

Con queste premesse, è ovvio che un numero sempre più elevato di “dottori” si sia ritrovato non solo senza un lavoro ma anche senza un’idea pur vaga di cosa fare “da grande”. Ora, scaricare tutte le colpe di questo sfacelo sui “giovani troppo choosy”, come anche e soprattutto questo governo tecnico non eletto ha fatto, è vigliacco oltre che ingiusto e miope. Le responsabilità maggiori, difatti, sono senza ombra di dubbio di coloro che hanno massacrato l’istruzione pubblica e che hanno sperperato risorse economiche per decenni. Ministri, parlamentari ma anche rettori, presidi e docenti. Chi aveva l’onere di formare una nuova generazione di intellettuali ha miseramente e ripetutamente fallito. Ora tenti di recuperare un briciolo di dignità, fare autocritica e pensare a qualcosa di meno vergognoso e disastroso dei “tagli”. Come, Dove e quando? Beh siamo qui per accettare proposte anche da chi non è plurititolato e lautamente stipendiato per svolgere un lavoro che dovrebbe onorarlo e invece, a quanto pare, lo annoia e lo arricchisce soltanto.

di Germano Milite - www.you-ng.it

Usa: per i poveri, andare all’università è una rovina

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Siamo costretti a tornare sull’argomento delle tasse universitarie per riprendere l’articolo del New York Times: “For Poor, Leap to College often Ends in a Hard Fall”. Da diverso tempo in Italia si moltiplicano le dichiarazioni di chi vuole aumentare le tasse universitarie alla cifra di 7mila o 10mila euro l’anno da un valore medio di circa 1400 euro/anno. Per supportare questa tesi si parte da una ipotetica “verità incontrovertibile”: in Italia i poveri pagano l’università ai ricchi, e l’unico modo per porre fine a tale “macroscopica e odiosa ingiustizia” è liberalizzare le tasse universitarie e introdurre prestiti d’onore proprio per permettere agli studenti di pagarle. Abbiamo già discusso la questione diverse volte, spiegando come non sia affatto vero che i poveri pagano l’università ai ricchi. Vogliamo dire di più: liberalizzare le tasse e introdurre prestiti d’onore non aiuta i meno abbienti, li penalizza. A questo proposito segnaliamo un lungo articolo del New York Times, secondo il quale negli Stati Uniti l’università non aiuta i meno abbienti né aumenta la mobilità sociale. Al contrario, tasse elevate e prestiti d’onore inibiscono la mobilità sociale e producono diseguaglianza. “I ricchi sono avvantaggiati e la diseguaglianza tra ricchi e poveri sta crescendo”, recita l’articolo.