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Bologna: Teatro San Martino, non lo sanno ma lo fanno!

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Ce l’avevano nel cassetto da qualche mese: un copione, esattamente una tragedia, scritta a più mani. Ma qui non parliamo di un’opera di qualche tragediografo greco, o chissà, di uno spettacolo teatrale con al centro il tema della disperazione umana. Quello a cui facciamo riferimento è sì una tragedia, ma una che vede come protagonista un teatro; uno splendido luogo che esprime tutta la sua bellezza all’interno di un chiostro del XII-XIII sec., e che tra poco, molto poco, serrerà per sempre le sue labbra, impedendogli per questo motivo di raccontare le sue magiche storie. Stiamo parlando del teatro San Martino.

Attualmente vengono continuamente rappresentate tragedie di questo genere. L’anno scorso, infatti, i teatri che erano gestiti dall’ETI, a causa della sua soppressione, potevano scegliere di prendere una tra le due strade: o finire tra le grinfie dei privati, pregiudicando di conseguenza la qualità artistica degli spettacoli; o, com’è avvenuto per il teatro Valle, imboccare la via coraggiosa della lotta per i beni comuni. Per il teatro San Martino le cose sono andate diversamente, anche se la fine sarà, con molta probabilità, ancora più spietata.

La tragedia inizia più o meno così.

Qualche mese fa il comune di Bologna, in linea con la sua attuale politica culturale di tagliare i finanziamenti ad alcuni dei teatri con cui ha una convenzione, mentre poi dall’altro lato è sempre più preoccupato ad erigere la monumentale monorotaia che collegherebbe la stazione con l’aeroporto Marconi, meglio conosciuta come People mover, ha pensato bene di diminuire i fondi destinati alla compagnia teatrale Libero Fortebraccio, il gruppo teatrale che per tre anni ha gestito il teatro San Martino. La conseguenza di questa scelta politica si è fatta subito sentire. La compagnia, dapprima ha deciso di non fare partire la stagione teatrale di quest’anno, e poi, non riuscendo a fronteggiare le spese d’affitto dello spazio, pari a 30.000€ da destinare alla curia, ha comunicato, attraverso le parole del regista Roberto Latini, la chiusura definitiva del teatro. In un surreale epilogo, con quest’operazione il comune di Bologna, da chi aveva intenzione di impedire di mettere in scena una tragedia, si è trasformato paradossalmente in chi la tragedia ha finito per tesserla.

Si sa, nelle tragedie però c’è sempre un personaggio che si oppone alle atrocità del fato. E questa volta l’Antigone che ha espresso il suo dissenso nei confronti di un ingiusto potere è stata incarnata da un gruppo di giovani attori, che proprio lì, tra quelle pareti affrescate e dense di cultura, hanno espresso la loro passione con il corpo e la voce. Non potevano assistere alla demolizione di uno spazio culturale nella più assoluta indifferenza. Hanno preferito lottare, e per tentare di mantenerlo in vita hanno organizzato una tre giorni, dal 3 al 5 maggio, in cui si sono alternati concerti, assemblee e spettacoli teatrali. Era questo il loro obiettivo: aprire all’intera comunità uno spazio culturale che non ci sarà più, per fare prendere coscienza a chi in quei giorni ha abitato quel luogo che avrà perso qualcosa. Inoltre, il loro impegno si è concentrato anche sul ruolo dell’attore, in una società sempre più ostile a questa figura professionale. Dobbiamo precisare, però, che la loro riflessione non si è mai tradotta in una lotta settaria, che cioè mirava ad una certa forma di corporativismo. Ma al contrario, ha voluto evidenziare un’ennesima volta che la cultura, e i suoi operatori, possono essere fondamentali per valorizzare e incentivare la ricchezza di un paese.

È per questo che anche noi, in sintonia con un approccio politico simile, pensiamo che sia inammissibile che la cultura venga sempre usata come vittima sacrificale, nella speranza miracolosa di placare le ire della retorica della crisi. La cultura non è un capro espiatorio, un manichino su cui infilzare le lance della crisi. È invece anche nella cultura che bisogna orientare la nostra attenzione. La crisi, infatti, è sì politica e economica, ma è pure, e soprattutto, culturale. Se non si cambia un modello culturale, che tutt’ora vede il suo principale stimatore nell’individualismo, nel capitalismo, difficilmente si realizzerà un diverso progetto politico. Posti come il teatro San Martino sono preziosismi per realizzare l’alternativa, in cui si produca un nuovo modello di azione e di pensiero.

Detto ciò, sosteniamo che è necessario arrestare gli investimenti alla sempre più accanita militarizzare della società e alla ormai abituale tendenza a gettare milioni di denaro pubblico in inutili opere pubbliche, se vogliamo salvare il welfare, un sapere per tutti e un lavoro libero da ogni ricatto. Le politiche dei governi, in coerenza con quanto abbiamo detto, più che all’austerity dovrebbero essere indirizzate verso alla conoscenza, alla cultura.

È un appello questo che ci sentiamo di lanciare con forza e decisione. Non vogliamo più vedere delle tragedie culturali. Non vogliamo più assistere all’incubazione di un teatro, nel desiderio di tenerlo in vita ancora per qualche giorno, magari sotto la scarica elettrica di un defibrillatore. La cultura, è un bene comune. Il movimento dell’acqua, quello dei No tav, la carica del Teatro Valle, e adesso anche questi ragazzi del teatro San Martino ci hanno insegnato una cosa: che non lo sanno, ma lo fanno.

Camillo Acanfora – C.M. Panenka Bologna

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